Ho capito perchè non compaiono le foto: non sono state caricate sul mio spazio web perchè esaurito. Flikr non me le accetta perchè son troppe.Quindi da adesso niente più foto.
TERZO GIORNO
BEAUBOURG
C’ero stata in gita scolastica e mi aveva affascinata. Non avevo capito niente di cosa fosse e come fosse fatto. Ricordo che c’era una mostra di Action Painting, qualcosa di spettacolare che da allora credo non sia mai stata ripetuta in Europa; allora passAvamo tra quei quadri senza nemmeno capire di cosa si trattasse. L’insegnante non ci aveva nemmeno detto dov’eravamo! Adesso che lo so, è diventata la meta principale del mio viaggio a Parigi.
Ci vado di mattina, così sono più riposata. In realtà devo tenermi su con un paio di Buscofen per contenere i dolori, ma totalmente inefficaci contro il maldischiena, che mi attanaglia da subito.
Sotto c’è l’arte contemporanea e sopra quella moderna. La rassegna è molto ampia, con un occhio di riguardo agli artisti francesi. Infatti una sala è dedicata ad un video di Hugye, che di solito mi piace, ma questa non l’ho proprio capita. Pure le terrazze esterne sono sfruttate per esporre delle sculture, che non è che si riescano a vedere proprio bene, ma fanno la loro scena.
Tre stanze sono occupate da una personale del fotografo DOMINIQUE PERRAULT
Molto interessante.
Al piano dell’arte moderna invece c’è un omaggio a ROUAULT per l’anniversario della nascita, una bella antologica. A sorpresa mi imbatto in due pezzi storici, che più storici non si può: la “Fontana” e lo scolabottiglie di Duchamp, il giro di boa dell’arte contemporanea.
Al piano ancora superiore c’è la mostra temporanea TRACES DU SACRE’ Come dice il titolo, è dedicata alle tracce del sacro nell’arte. Il curatore ha adottato un punto di vista multipli, che inquadra in tema da tante prospettive diverse. Una sorta di raccolta antologica, divisa per capitoletti, quasi citazioni. Attraverso opere importanti e non, si passano in rassegna o diversi modi in cui glia rtisti hanno vissuti e rappresentato il sacro. Largo spazio viene dato a manifestazioni che ora definiremmo new age, fino alle esperienze psichedeliche, esperienze in cui il sacro si diluisce fino a scomparire. Questa scomparsa all’inizio ha i toni della negazione, poi della dimenticanza e qua e là di una ricerca quasi disperata. La mostra complessivamente non prende posizione, cercando di farci stare dentro un po’ tutto: domina il politically correct sulla presa in carico di una prospettiva. Non mancano le strizzatine d’occhio al pubblico generalista, che magari non è in grado di apprezzare Matisse, ma si fa un giro con le ruote ottiche psichedeliche.
Solo alla fine della mostra, in un angolino, quasi di sfuggita, è collocata un’opera, che da sola dà una cifra a tutta l’esposizione, un’opera dedicata alla Speranza.
Dopo cotanta arte, cerco di restare in piedi ancora per passare dalla Boutique, dove, fortunatamente, si trovano anche oggettini da poco. Più che una boutique sembra una bancarella. Il Boockshop, invece, è un’enorme libreria.
Fuori il piazzale si è nel frattempo riempito di giovani e di varia umanità: venditori ambulanti, saltimbanchi, artisti che ti vogliono a tutti i costi fare il ritratto…
Mi trascino a casa e cerco di dare sollievo alla schiena e allo stomaco, il difficile è decidere le precedenze… Dopo il riposo devo decidere dove spendere la sera. Decido per un salto veloce veloce al MUSEE D’ORSAY
Appena arrivi, capisci che "veloce veloce" mal si applica al luogo. L’hall è immensa (è un ex stazione…)a destra e sinistra sale con le opere, in mezzo una piazza. Pensi:" vabbhè cerchiamo di raggiungere gli impressionisti il prima possibile", ovvero "cherce l’escalier". Ma qua è là ti si aprono sale con collezioni private che annoverano opere importanti. Mentre sfreccio in un corridoio lo sguardo mi trascina in una sala: il Le déjeuner sur l'herbe di Manet. E’ esso, proprio lì, bello grande (perché mica è un quadretto!) con i personaggi che ti guardano dritto in faccia, tranquilli, come se fosse perfettamente normale una donna nuda che fa in picnic in mezzo al bosco. Dopo 200 anni, sfacciati come allora.
Faccio un tentativo per raggiungere Courbet, ma si deve essere perso in mezzo a tutte quelle sale. Riprendo la corsa vero il fondo: la scala dev’essere là, da qualche parte. Infatti c’è, pure infrattata. Scala mobile per non so quante rampe. Poi si sbuca in uno stretto corridoi. La prima cosa che si incontra è la bancarella dei Souvenir, poi ci si inoltra in una serie di ampie sale, intervallate da stretti passaggi. E in queste sale c’è un’epoca dell’arte moderna che ha segnato la storia dell’arte come poche altre: l’IMPRESSIONISMO. Opere che esercitano un fascino unico, generano entusiasmo incondizionato nelle folle. Torme di gente che non distinguerebbe un quadro da un pezzo di legno, che non spenderebbe il costo di un Eva3000 per una mostra, rifluisce in queste sale a farsi estasiare. Ai tempi scandalizzarono il mondo dell’arte, eppure il loro discorso era olto semplice: ritrarre le cose come l’occhio le percepisce e non come sono in sé, il fenomeno e non il noumeno. Fino a poco prima non si disegnavano alberi veri, ma forme di alberi imparati sui libri. Loro ritraggono cose banali, ma vere. E lo spettatore si trova davanti le cose in tutta la loro evidenza immediata. Non dei capire, non devi sapere, basta guardare, ed ogni quadro sembra un miracolo.
E poi la LUCE! La luce del sole è la cosa più bella che c’è, e gli impressionisti sono stati forse gli unici capaci di dipingere la luce. Praticamente dipingevano solo luce. Luce fatta colore, luce colorata d’ombra, luce che brilla sui particolari… Sono quadri piccoli, adatti ad soggetti acchiappati al volo. Soggetti insistiti: qui le ninfee, là i mucchi di fieno, o la facciata di una chiesa. Un soggetto è solo un pretesto per dipingere la luce. E la luce è sempre diversa.
Nel susseguirsi delle sale, si assiste alla trasformazione dei diversi artisti ed all’evolversi di un percorso generale, che alla fine ritorna ad astrarsi, a rifarsi mentale, o, meglio, interiore.
Van Gogh rappresentava le cose come si davano nella sua testa, quindi con violenza tramutata in colori. Il famoso quadro della sua cameretta: il colore è spiattellato sulla tela, i cuscini sono dei grumi di colore spesso. Alcuni particolari sembrano incisi nel colore. E li vedi lì così com’erano quando Vincent tolse allontanò il pennello dalla tela. Un autoritratto, invece, è liscio, a pennellate piccolissime, ma piatte.
La ballerina di Manet è perfino tenera, a vederla dal vero: piccolina, con il tutu in stoffa, l’aria timida.
Percorro velocemente la parte dedicata al Postimpressionismo, andandomi a crcare un nome solo: Rousseau il Doganiere. Con la realtà non ha più nulla a che vedere, disegna i suoi sogni o i suoi incubi, immagini violente, ma dipinte con precisione, pennellate pressoché invisibili, nulla a che vedere con la fisicità di Van Gogh.
Dopo l’arte, è caccia alla Boutique. Qui, finalmente, tutto è pensato per il turista medio, quindi tanti souvenir e guide dozzinali. Evvai con lo shopping!!
ULTIMO GIORNO
MONTPARNASSE
Ultima Mattinata a Parigi. Mi alzo presto (una volta tanto!) serena e piena di energia. Mi sono goduta questi giorni e mi sono ricaricata. Ho ancora tempo per una passeggiatina senza impegno nei dintorni del mio appartamento, cosa che avrei voluto fare il primo giorno, se fossi rimasta sveglia abbastanza a lungo.
Impugno la mia guida e imbocco… la direzione sbagliata. Una mezz’oretta per capire qual è quella giusta e raggiungo il CIMITERO DI MONTPARNASSE.
E’ carino anche questo, anche se piccolino. Un giardino sovrastato dai palazzi. Qui ci sono meno tombe vecchie. La solita piantina all’entrata che io e un altro signore consultiamo scettici, perché la tomba di Sartre non si trova assolutamente dove indicato. Me la sarei persa se non avessi visto un paio di persone scattarsi foto davanti ad una tomba dall’altra parte del vialetto.
E’ quella. La tomba che unisce per sempre Jean Paul e Simone de Beauvoir. Semplice, lineare, ampia. Sopra tanti bigliettini fermati con dei sassi, segni di ammirazione, di riconoscenza verso uno degli intellettuali più importanti della storia francese, e non solo.
Mi inoltro a destra per cercare un’altra tomba. Non dà sul vialetto, scruto tutte le lapidi ma non trovo quella giusta. Ma da lontano un ragazzo addetto alla manutenzione mi grida (in francese) “più avanti più vanti in qua in qua” e me la trovo davanti. Evidentemente chi passa di lì con l’aria di cercare una lente a contatto tra le sepolture, è lì per lui: BAUDELAIRE. La tomba è vecchia (è morto nel 1867), molto piccolo borghese, piccolina (soprattutto per essere la tomba di tutta la famiglia) graziosa, fiorita, suggerisce calore. Anche qui bigliettini che sembrano carezze, saluti postumi da anime che hanno vibrato per le sue poesie; una coppia riporta alcuni versi che forse li hanno fatti incontrare e poi portati fino lì.
Trovare Man Ray e gli altri è impresa impossibile, anche perché le tombe non sono messe in ordine, ma accostate a casao, a seconda dello spazio disponibile, per cui per cercarne uno bisogna camminarci in mezzo a zigzag.
Esco dal cimitero e proseguo per la zona della stazione ferroviaria.
Dietro c’è una rotonda, che al centro ha una enorme scultura, tipo un disco conficcato inclinato nel terreno.
Su un lato un edificio con un alto arco sotto cui passare, per arrivare ad una chiesetta. Sulla guida viene descritta come un esempio rarissimo per via della sua struttura in ferro. La guardo e vedo la chiesa più banale che ci si possa immaginare. Ma il portale è aperto e vedo l’interno. Pazzesco! È tutta in ferro!! Al posto di seppur finti marmi, c’è una struttura in ferro che la fa assomigliare più a una vecchia stazione ferroviaria o a una fabbrica, che a una chiesa. In un angolo una scultura che raffigura due persone che si baciano dentro una mano. Soggetto curioso in una chiesa. Ancora di più il fatto che sembra che le due persone siano due uomini, In realtà, guardando da vicino si nota che una delle due figure ha i capelli più lunghi… Ma il soggetto rimane comunque aperto all’interpretazione. In un angolo, chiuso da una vetrata, c’è l’ufficio informazioni con i depliant. Pure in una sperduta chiesetta c’è l’addetto alle informazioni turistiche. Che passa il tempo leggendosi il giornale, visto che la chiesa è deserta. Fuori dalla chiesetta un piccolo parco molto carino, e una zona praticamente pedonale, con pista ciclabile, un angolo molto tranquillo in mezzo a condomini.
Poco più in là un palazzo di forma circolare, con la facciata interna a specchio, che racchiude un bel giardino.
Praticamente la zona è ricca di angoli graziosi, studiati con cura sia per l’estetica che per vivibilità. Nulla sembra essere lasciato al caso. Tutto dà un senso di ordine, decorosità, pulizia. Si tratta comunque di un quartiere “bene”, il centro del centro di Parigi.
Tornando verso l’appartamento riesco a trovare un accesso al giardino pensile.
La stazione ferroviaria di Montparnasse è incastrata in un complesso residenziale a ferro di cavallo, dove l’ultimo lato è rappresentato dalla facciata della stazione.
Sopra alla stazione, e quindi in mezzo ai palazzi, c’è nientemeno che un giardino pensile. Vi si accede dal primo binario o tramite ascensori esterni. Vedere per credere. Con un viale centrale, angolini raccolti laterali, campi da tennis, zona wi-fi, sul fondo un museo dedicato a non ricordo più chi. Tutto sopra il tetto della stazione. Se dalle nostre parti volessero cogliere il suggerimento… ci farebbero un campo da calcio.
VIAGGIO DI RITORNO
E risaputo che tra le strade di Parigi abbondano i bar che vendono grossi panini, quindi non dovrebbe essere un problema procurarsi il pranzo da portarsi sul treno. E invece no! Il 90 per cento dei panini ha il pomodoro, e io non mangio pomodoro. Quello che spacciano per panino al prosciutto in realtà è all’emmenthal, con una vaga idea di prosciutto nascosta da qualche parte. Per non parlare dei panini dall’aria smorta che ti fanno passare la voglia di mangiare, o quelli che rigurgitano salse indecifrabili.
Insomma, alla fine di una ricerca infruttuosa mi fiondo al negozietto sotto casa e arraffo di fretta una cosa qualunque. Poi mi ritrovo a correre come una forsennata per andare a prendere il treno, con il mio borsone da 2 tonnellate, più qualche chilo in più (souvenir, rivista di musica elettronica, rivista di automobilismo, rivista di ciclismo, rivista del Palais de Tokyo, per il viaggio sono a posto)
20 min solo nella prima fermata del metro per cercare la linea giusta, segnalata malissimo. Contando i secondi tra una fermata e l’altra per capire se ce la posso fare (per la cronaca un minuto e mezzo) Alla Stazione scale, corridoi scale corridoi… e dove diavolo sono i binari??? Poi finalmente il treno! In coda ad un altro convoglio, 2 km di marciapiede per arrivare alla mia carrozza: l’ultima.
Di nuovo tutto il viaggio all’indietro e con solo mezzo finestrino. Ma questi treni li fanno andare sempre solo all’indietro???
Questa volta sto sveglia e mi godo a fondo il viaggio. Non sono stanca e tutte le tensioni dell'andata sono alle spalle. Questa volta passa davvero il controllore, pure due volte! uno francese e uno italiano, della serie "ci fidiamo si si!" Però passano dopo qualche ora dalla partenza, per cui, se ho sbagliato treno mi lasciano in mezzo alla campagna francese??
CAMPAGNA, per l'appunto
Tantissima campagna, verde, ondulata, campi campi campi, inframmezzati di alberelli sotto cui si raccolgono gruppetti di mucche bianche (le mucche francesi sono tutte bianche). Qua e là degli ameni villaggetti. Com'è diversa l'antropizzazione del territorio rispetto all'Italia! Non si incrocia una sola città per tutto il viaggio oltralpe, in Italia è tutto un susseguirsi di case, paesi, paesoni. Inutile dire della differenza di cura per il paesaggio tra i "cugini" e noi...
poi MONTAGNA, ci passi proprio in mezzo. Ad un certo punto perfino un lago! e pure grandissimo! Non ho idea di cosa sia... Forse trattasi del Lac du Bourget, stando a Google Map, poco prima di Aix les Bains Scatto foto dal finestrino, fino a quando un tizio si siede nel posto davanti al mio e cosa fa?? tira giù completamente la tendina!! Ma dico, non pensa che non è solo sua?! e poi non aveva nemmeno il sole addosso, la carrozza aveva l'aria condizionata e quindi non pativa il caldo... E quando finalmente gli ho chiesto se poteva tirarlo su un po' ha fatto pure una faccia scocciata e l'ha alzata giusto di 10 cm GRRRRRRR!
Il viaggio di ritorno ha un sapore speciale. Inizio a metabolizzare gli ninput accumulati nei giorni precedenti, riassaporo le sensazioni positive al netto delle piccole preoccupazioni spicciole, faccio un primo saldo. So che il senso del viaggio verrà fuori con il tempo, deve decantare, come i vini, quello che rimane depositato darà il valore dell'esperienza vissuta. Sul treno sono soddisfatta e contenta. Non era per nulla scontato che ci andassi. Avrei dovuto andarci con un amica che all'utlimo ha dato forfait, quindi all'improvviso l'idea i doverci andare da sola. Giorni di ansia, con i familiari che mi davano addosso per ogni motivo. Alla fine la partenza era venuta quasi per disperazione. Ma al ritorno posso dire che il saldo è positivo e ne valeva la pena.
E l'anno prossimo Spagna!!